Marinka Pockaj


Marinka Pockaj - RisorsaRifiuti.itMarinka Pockaj – Sono diventata interprete di professione, interprete di lingue, beninteso. Sarei potuta diventare interprete di sogni, cantante-interprete, attrice-interprete e invece ho imparato a interpretare i segni linguistici, scritti e parlati. Laureata regolarmente alla Scuola per Interpreti e Traduttori di Trieste ho iniziato un nobile e difficile mestiere che tutt’ora pratico. Ma non mi e’ mai bastato. Da prima di laurearmi fino ad oggi non ho mai smesso di alternare conferenze e traduzioni ad attività creative dei generi più diversi: teatro, danza, fai-da-te, artigianato artistico, scultura, fotografia. Nel corso degli anni ho quindi sperimentato vari cocktail composti da questi ingredienti. Ad un certo punto la mia ricerca artistica ha incrociato ciò che da sempre avevo avuto sotto gli occhi.

Marinka Pockaj - RisorsaRifiuti.itTutto iniziò nella cantina dei miei genitori. In origine era l’appartamento al pianterreno, sotto a quello dove abitavamo. Negli anni questo secondo appartamento era diventato un deposito dei sogni di mio padre, che nel corso della vita vi aveva accumulato tutto ciò che il suo universo interiore gli suggeriva. Da piccola entravo in cantina come in un tempio oscuro, col fiato sospeso. La zona vicino all’ingresso presentava l’aria innocua dell’officina-laboratorio, giustificata a colpo d’occhio da una miriade di utensili. Poco più in là i congelatori e, nei vecchi armadi, le scorte di alimentari e beni di pronto uso. Aldilà di questa rassicurante facciata si apriva un buio reticolo di percorsi, con cataste di cose dimenticate, fra le quali ogni tanto guizzavano misteriose presenze roditrici e feline. Di sicuro albergava in quel luogo, ben rappresentata e viva, anche l’anima del riciclo e del riuso: moltitudini di oggetti grandi e piccoli, vecchi, usati o seminuovi, regalati o recuperati, salvati, smembrati, giacevano in attesa di una vita nuova, che mio padre avrebbe voluto dare loro. Mai un centesimo era stato pagato per quegli oggetti, erano tutti scarti assoluti. Ogni tanto, a dire il vero, qualcuno di questi scarti veniva gloriosamente recuperato per qualche riparazione o per opere di fantasia costruttiva: “Ecco, guarda, era proprio il pezzo giusto, vedi, se non l’avessi messo da parte, ora non avrei potuto usarlo. ”

Da bambina ammiravo molto questo fenomeno raro come le eclissi solari, questo riportare all’uso un oggetto morto, spesso con finalità e destinazione diversi da quelli originali, cogliendone una forma o un aspetto fino a quel momento secondario o del tutto ignorato. Per me era un magia, una vera alchimia, che si poteva imparare. Un barattolo di latta veniva cucito addosso a un secchio per rifarne il bordo corroso; un anello ricavato da una rete metallica ondulata, piantato su un bastone e cucito ad un sacco, serviva per raccogliere le mele degli alberi alti; un bidone tagliato era usato assieme ad una grata di metallo per farci il fuoco e cucinare all’aperto; un bullone dal passo giusto, anche se sporgente, teneva assieme i fianchi di una libreria.

Mio padre se ne infischiava dell’estetica, per lui era importante la funzionalità. Mia madre che glielo ricordava ogni giorno che quel bullone sporgente era proprio brutto da vedere, ma lui ribatteva fiero e categorico che l’aveva trovato in cantina senza avere bisogno di andarlo a comperare. Un valore assoluto: la cantina e le cose vecchie che si riusano.

Cresciuta e trasferitami altrove a vivere la mia vita adulta non pensavo più alla cantina, ma l’alchimia del recupero e della trasformazione era dentro di me, facendo capolino in due campi, un po’ camuffata e sfumata: il cucito e la cucina.

Ho imparato a cucire da mia madre, un’amante di Burda. Lei aveva imparato a gestire i rudimenti e le fasi avanzate delle creazioni da una sua amica sarta che poi ha passato a me, di seconda mano. Quel tanto che serviva per cucire le cose che piacevano a me ma, soprattutto, per rimaneggiare abiti smessi, vecchi e fuori moda. Quanti ne ho recuperati, tagliati, riassemblati! In cucina la cosa era apparentemente diversa. Dopo svariati giorni dall’ultima spesa, aprivo il frigo, passavo in rassegna il contenuto scarno e mi inventavo pranzi e cene senza mettere piede fuori di casa, usando rigorosamente solo quello che c’era, finché possibile. Una grande sfida per il palato e anche una grande opportunità di sperimentazione e allenamento ad andare oltre gli accostamenti di cibo conosciuti. Nel mio piccolo ero la pioniera della nouvelle cuisine de survie e della contaminazione culinaria! Campi diversi, stessa alchimia: vedere oltre l’apparire delle cose e, dopo averne compresa la meccanica o la struttura, usarle per inventarne o crearne delle altre.

Questo e’ stato da sempre il motore della mia creatività.

Marinka Pockaj - RisorsaRifiuti.itEd è così che un giorno ho guardato il mucchio di carta e cartone che stavo raccogliendo per gettarlo nel cassonetto della differenziata e mi sono detta: c’e’ qualcosa che potresti ricavare da questa pila di alberi trasformati prima di darla al servizio comunale di raccolta? Va detto che in quegli anni mi stavo già occupando di fotografia e creazione di monili, che però facevo con la pasta polimerica. Avevo anche realizzato molti lavori di fai-da-te in casa ed ero in piena espansione delle abilità manuali, della ricerca e dello studio dei materiali e delle tecniche costruttive. Avevo un database enorme di lavori di riciclo e riuso creativo da tutto il mondo che comprendeva oggetti, opere e materiali di ogni genere. Ecco perché fu naturale rispondere: ma certo che potresti, per prima cosa però devi crearti la materia prima! In passato avevo imparato a lavorare la creta: vasi, tazze, teiere, sculture, bassorilievi e oggetti vari fanno ancora bella mostra di sé sulle mie mensole. I miei ricordi dell’asilo si sono intrecciati con informazioni prese da vari siti internet (per esempio su statue di cartapesta, addirittura tetti e intere chiese di cartapesta, risalenti al ‘700) e dopo avere consultato una serie di video di Youtube, ho stracciato una pila di giornali e li ho messi in ammollo in acqua. Così e’ cominciato il gioco. Alla base di cartapesta (o cartonpesto) ho aggiunto altri materiali riciclati, (vetro, plastica, alluminio, legno), ho iniziato a giocare con scarti inerti di alimenti (fondi di caffè, chicchi di riso esausti, bucce), materiale vegetale secco (fiori, foglie, steli, semi), ho anche incorporato la pasta polimerica. I risultati sono stati entusiasmanti: ciotole, tazze, piatti, vasi, vassoi, monili, bottiglie, lampade, sculture si sono materializzate assieme ad altre creazioni di riciclo extra-cartaceo. Al contrario di quanto succede per le foto, che firmo col mio vero nome, per queste opere ho scelto lo pseudonimo Kimarna. La serie di oggetti di carta e cartone si chiama Kara, la serie delle sculture Karato.

Attualmente ho spostato la mia ricerca dai materiali alle forme, volumi e colori, compendiandola con un’intensa attività fotografica. Rimane invariata però la materia di base eletta: la polpa d’albero trasformata, carta e cartone. E’ una scelta-non scelta. In realtà è stato il materiale che mi ha chiamato a sé e ci siamo intesi subito. Lui capisce me, io capisco lui. E lo interpreto. Questo è per me il senso dell’alchimia: amare e capire profondamente ciò che si sta trasformando, mentre lo si sta trasformando. A quel punto accade qualcosa di naturale e magico al tempo stesso, quasi che la materia ti desse l’autorizzazione a farla diventare qualcos’altro. Ed è puro godimento.

Siti:
www.quickrei.com
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